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ICT e strategie di e-Government del sistema paese Premessa Nel corso degli ultimi anni si è assistito da un lato ad un vertiginoso sviluppo delle tecnologie ICT (Information & Communication Technology) e, dall’altro, alla crescente necessità di migliorare in maniera sostanziale la qualità e la quantità dei servizi resi dalle pubbliche amministrazioni.Questa duplice spinta ha portato alla nascita e crescita di un’area completamente nuova che va sotto il nome e-government. Con questo termine si intende l’utilizzo delle tecnologie ICT a servizio del radicale rinnovamento e potenziamento dei processi e dei servizi delle pubbliche amministrazioni. Il tema dell’e-government è stato posto al centro dell’attenzione dei governi nazionali, delle strutture comunitarie e delle amministrazioni locali e regionali dei diversi paesi. In Italia, già nella precedente legislatura, l’e-government è stato promosso attraverso uno specifico piano nazionale del governo e una serie di iniziative in materia di regioni e enti locali. Recentemente sono state portate a termine le prime procedure di assegnazione di fondi per i progetti di e-government finanziati dal Dipartimento per le Innovazione e le Tecnologie. Inoltre, sono stati pubblicati alcuni interessanti documenti sull’e-government, sia da parte del governo, sia da parte di associazioni e centri studi che si occupano del tema. Tuttavia, nonostante la mole certamente significativa di azioni e iniziative che sono state lanciate sul tema nel corso degli ultimi anni, esistono alcune questioni chiave che non sembra siano state affrontate in maniera compiuta e che limitano in qualche misura il reale dispiegarsi di azioni efficaci e convincenti. A partire da quanto già fatto e tenendo conto degli autorevoli interventi già proposti sul tema, il presente articolo propone alcune riflessioni e proposte che hanno lo scopo di contribuire in maniera costruttiva alla creazione di una efficace strategia di e-government. In particolare, l’articolo si sofferma su una serie di "questioni di sistema" che devono essere affrontate in maniera organica e decisa affinché ci possa essere un pieno e convincente sviluppo dell’e-government nel paese. Queste note vogliono proporre alcune riflessioni sul tema e-government, considerato da molti, a ragione, uno strumento essenziale per favorire un reale cambiamento della pubblica amministrazione italiana. Le osservazioni presentate in questo articolo nascono dall’analisi di alcuni importanti documenti che sono stati recentemente pubblicati sul tema e dalle esperienze dell’autore nel rapporto con alcune pubbliche amministrazioni sia locali che centrali. Il lavoro vuole contribuire, anche quando presenta rilievi critici, all’ulteriore sviluppo dell’e-government in Italia, nella convinzione che rinnovare lo Stato è un impegno irrinunciabile di tutti per lo sviluppo del paese. Prendendo spunto da quanto fatto in altri documenti, le note sono organizzate in forma di tesi che sintetizzano le principali riflessioni che si intende proporre alla valutazione del lettore. Le tesi sono precedute da una breve introduzione che fornisce alcune informazioni utili per comprendere il contesto e i termini del problema. Che cos’è l’e-Government? Nel Novembre del 2001 si è svolta Bruxelles una conferenza europea sul tema e-government [2]. In quella circostanza, il commissario Liikanen ha definito l’e-government come "la fornitura di servizi on-line e l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione per incrementare la partecipazione ai processi democratici". Lo scopo è quello di "rendere più semplice la vita ai cittadini e alle imprese". Nel suo saluto all’inizio della conferenza il ministro belga Rik Daems ha affermato che l’obiettivo dell’e-government è quello di far passare i cittadini "from being in line to being on-line" (dall’essere in coda all’essere on-line). In realtà, questa visione dell’e-government è parziale. Non si tratta, infatti, solo di fornire servizi on-line, quanto di trasformare in maniera radicale il funzionamento delle pubbliche amministrazioni grazie all’utilizzo delle tecnologie dell’informazione.Ciò va ben oltre il fornire servizi on-line, giacché coinvolge anche il cambiamento organizzativo delle pubbliche amministrazioni, la ridefinizione di ruoli e processi, in sintesi il ripensamento complessivo del funzionamento degli organismi dello stato, delle regioni e degli enti locali. Questa sfida è complessa e difficile, ma non rappresenta di per se stessa una condizione radicalmente nuova. Anche nel mondo delle imprese l’introduzione dell’ICT ha vissuto diverse fasi non dissimili da quanto si può osservare nel caso delle pubbliche amministrazioni. Una prima fase di utilizzo dell’ICT si è basata da un lato su una acquisizione a volte caotica di prodotti e servizi e, dall’altro su una visione del problema spesso incompleta e incoerente. Non si era capito fino in fondo che l’ICT cambia le imprese e che quindi ha successo nel momento in cui assieme all’adozione dell’ICT vi è anche un sostanziale ripensamento della struttura e del funzionamento dell’azienda.Inoltre, l’introduzione di prodotti e servizi ICT richiede un coinvolgimento complessivo degli operatori e degli attori che operano nelle amministrazioni, e un ripensamento conseguente dei loro skill e profili professionali. Nell’affrontare il problema dell’innovazione delle pubbliche amministrazioni, quindi, non si parte da zero, in quanto si può almeno in parte riutilizzare l’esperienza del mondo delle imprese. Per poter meglio comprendere la natura dei problemi che devono essere affrontati nella definizione di una strategia efficace di e-government, è utile introdurre alcuni semplici concetti che servono a comprendere i rilievi, le osservazioni e le proposte illustrate nel seguito (vedi Figura 1).
Da un punto di vista tecnologico, e-government vuol dire concepire, sviluppare e mettere in esercizio sistemi informatici che siano in grado da un lato di automatizzare passi dei processi amministrativi e dall’altro di interagire con gli attori di tali processi: gli operatori delle pubbliche amministrazioni e gli utenti (cittadini e imprese). Inoltre, perché questi sistemi informatici siano realmente efficaci, essi devono integrarsi al fine di fornire un supporto trasversale "cross-amministrazioni" all’utenza. Per discutere in dettaglio le implicazioni di tali osservazioni conviene introdurre alcuni concetti: I sistemi informatici sono oggi distribuiti, cioè composti da più programmi che vengono eseguiti su diversi elaboratori indipendenti e che interagiscono tra di loro attraverso reti di telecomunicazione. Semplificando, è possibile identificare due tipi di programmi: il front-end e il back-end. Con front-end si intende l’insieme di funzioni informatiche dedicate a costituire l’interfaccia verso l’utente. Nel web, il front-end è ciò che all’utente viene reso visibile attraverso l’utilizzo del web browser. Con back-end si intende l’insieme dei programmi che non sono direttamente visibili all’utente e che realizzano le funzioni applicative vere e proprie (per esempio, la memorizzazione e gestione dei dati fiscali di un contribuente). Normalmente, le funzioni di front-end interagiscono con l’utenza per acquisirne le richieste da inviare ai servizi di back-end. Questi ultimi elaborano il risultato che viene quindi ritornato al front-end affinché sia reso disponibile all’utente. Di fatto, i back-end incarnano la logica, i dati e i processi di una specifica amministrazione, mentre i frontend realizzano i meccanismi di delivery dei servizi verso l’utenza. TESI 1 - Basta "rilanci", vanno risolte alcune questioni di sistema Può sembrare paradossale, ma nel momento in cui tutti parlano di e-government, il discorso si sposta spesso su altri temi, sull’onda del "rilancio": "non si può considerare solo l’e-government bisogna allargare il campo". Questa preoccupazione può essere in linea di principio condivisibile, ma sta giocando un ruolo tutto sommato negativo, visto che in questo modo si continua a spostare in avanti e ad allargare l’orizzonte delle "cose da fare". Per esempio, si parla spesso di e-democracy e partecipazione dei cittadini alla vita politica attraverso Internet. Certamente è un tema importante e legittimo, ma la proposizione di tale tema, ricco ancora di aspetti di principio e giuridici da studiare e approfondire (si pensi al problema del voto elettronico), stride con la realtà della pubblica amministrazione italiana dove molti servizi primari non sono fruibili via rete. Stride anche con i tempi molto lunghi secondo i quali i nuovi servizi sono resi disponibili. Inoltre, molti servizi on-line appaiono come "isole" scollegate l’una dalle altre, sia dal punto di vista della loro fruibilità, sia per ciò che concerne la loro interazione reciproca al fine di fornire servizi a maggiore valore aggiunto.In questa situazione, "rilanciare" serve davvero per avvicinarci di più alla metà? Non è più utile cercare di capire i motivi dei ritardi di oggi e concentrarci sulla identificazione di soluzioni che incidano da subito sullo sviluppo dell’e-government in Italia? Volendo perseguire questa linea che privilegia una focalizzazione del discorso piuttosto che un suo ulteriore allargamento, sembra di poter dire che i motivi di questi ritardi e queste carenze sono da ricercarsi in un limite dell’azione che è stata condotta nel corso degli ultimi anni. Al di là dall’enfasi che è stata data al tema e-government e ad alcune azioni molto importanti lanciate in questi ultimi anni, vi sono ancora una serie di questioni di sistema che non sono state affrontate compiutamente. Tali questioni segnano la differenza tra lo sviluppo di una serie di azioni positive, ma nei fatti ancora poco sinergiche e efficaci, e un reale cambio di velocità nello sviluppo dell’e-government: Come si governa e favorisce il processo d’introduzione dell’ICT nelle PA? Chi fa la regia di tutta l’operazione? Serve una regia? Non si vuole in questa sede proporre un modello di e-government top-down definito in maniera centralistica e calato dall’alto sulla testa degli attori coinvolti nella partita. Né si vuole ridurre la questione all’analisi e definizione di puri aspetti tecnologici. Ciò che è necessario fare è definire in tempi rapidi delle linee di sviluppo strategico per l’e-government che coniughino coerentemente gli aspetti tecnologici, quelli istituzionali e gli obiettivi programmatici dei diversi attori coinvolti, nel rispetto delle autonomie e delle specifiche responsabilità. Senza queste linee strategiche, il meglio che si potrà ottenere sarà uno sviluppo disordinato e disorganico di servizi che coprirà, a macchia di leopardo e con probabili duplicazioni e inefficienze, alcune esigenze della nostra società, senza però cogliere realmente le grandi opportunità prospettate da un uso maturo delle tecnologie ICT. Da questo punto di vista, la situazione delle pubbliche amministrazioni non è molto diversa da quanto accade nel settore privato. In molte aziende, le tecnologie ICT sono state introdotte "bottom-up" e senza una pianificazione e strategia complessiva. I processi oggi in atto nelle aziende vanno proprio verso un ripensamento complessivo del processo di automazione, che colleghi in maniera organica sviluppo strategico dell’azienda e introduzione coerente ed efficace delle tecnologie. Per far ciò, molte aziende hanno profondamente cambiato non solo la propria organizzazione produttiva, ma anche le funzioni di innovazione organizzativa e tecnologica, al fine di adeguarle alle complesse sfide poste da un uso maturo e consapevole dell’ICT. Certamente, alcune risposte alle precedenti domande sono state già date o comunque proposte. Talvolta, però, tali risposte non hanno colto appieno il nocciolo dei problemi. Le restanti tesi cercheranno di rilevare gli aspetti critici da affrontare e possibili linee d’intervento. TESI 2 - Per innovare non basta il "nuovismo" Recentemente molti hanno evidenziato la necessità, anche attraverso interventi di rottura rispetto al passato, di rimettere in movimento processi di cambiamento delle pubbliche amministrazioni, processi che nel corso degli anni si sono appesantiti o che non sono mai stati realmente avviati. Per fare questo, si pone spesso l’accento sulla necessità di mutuare alcuni dei processi e delle competenze del privato per portare anche nel pubblico una "ventata di aria fresca". Inoltre, è spesso sottolineato il fatto che, al contrario di quanto fatto in passato, non devono essere le tecnologie a guidare i processi di innovazione delle pubbliche amministrazioni. È invece essenziale considerare le tecnologie come uno strumento a servizio di una visione complessiva d’innovazione dei processi e delle strutture organizzative.Queste osservazioni contengono certamente molti elementi di verità, come peraltro è stato già affermato nella tesi precedente: è indubbio che serve introdurre dei cambiamenti e che bisogna evitare alcuni errori del passato. Tuttavia, va notato che alcune di queste affermazioni sono state interpretate in modo distorto:
In sintesi, non basta buona volontà e "nuovismo" per innovare e accelerare i processi di cambiamento. Né si rimedia ad un uso distorto e acritico delle tecnologie ignorandone caratteristiche e peculiarità. Bisogna conoscere e capire da dove si viene, dove si vuole andare e quale "cavallo" si vuole utilizzare. TESI 3 - Basta con gli slogan L’ansia di cambiamento e la volontà certamente positiva di giungere in tempi rapidi ad un visibile miglioramento dello stato delle pubbliche amministrazioni ha portato talvolta a sposare slogan e mode del momento in modo acritico e sterile.In alcuni casi, questo fatto causa delusioni e frustrazioni dovute all’incapacità di raggiungere nei fatti gli obiettivi sperati. In altri casi, ciò si sta trasformando nella mitizzazione di specifici approcci e in una loro errata valutazione. Tipico è il caso del software open source. Non si vuole in questa sede trattare il complesso delle problematiche legate al software open source [3]. Appare utile, tuttavia, accennare ad alcune delle distorsioni che un’errata valutazione del problema ha inevitabilmente prodotto.I problemi che hanno portato molti a sostenere in maniera anche vigorosa l’uso del software open source nelle pubbliche amministrazioni possono essere succintamente riassunti nei seguenti punti:
Queste esigenze sono del tutto legittime e da sostenere. Tuttavia, troppo spesso esse si sono tradotte in posizioni estremistiche e poco razionali, che per di più ignorano la realtà dei fatti. Per esempio, si è giunti a proporre una legge per imporre che il software usato nelle pubbliche amministrazioni debba essere necessariamente open source. Tale legge, se approvata nella sua forma corrente, porterebbe una fortissima turbolenza sia nel mercato del software che sul funzionamento dei sistemi informativi delle amministrazioni (oggi per la grandissima parte operanti con software proprietario). In realtà, esiste un’area dove l’adozione dell’approccio open source è auspicabile, anche se in forme e modi diversi da quanto suggerito da molti suoi stessi sostenitori. In particolare, una grossa fetta degli investimenti delle pubbliche amministrazioni è dedicata al cosiddetto software "custom" o "bespoke", fatto cioè su misura (come ad esempio, il software per il sistema sanitario nazionale o per la gestione delle patenti). Normalmente tale software è acquisito nell’ambito di un contratto che prevede il pagamento completo delle attività di sviluppo da parte dell’amministrazione appaltante e, di conseguenza, l’acquisizione della proprietà del codice al termine delle attività di sviluppo. In questi casi, non esiste più il problema di rendere il software open. Il codice è dell’amministrazione. Inoltre, in base alle norme Bassanini, tale applicativo può essere distribuito gratuitamente a qualunque altra amministrazione lo voglia utilizzare. È già possibile, quindi, condividere software custom nelle PA, utilizzando contratti d’acquisizione formulati correttamente e applicando in forma diffusa le norme che già esistono. Ciò che serve è una sensibilizzazione delle pubbliche amministrazioni affinché da un lato rendano visibile e facciano conoscere il software di cui dispongono e, dall’altro, valutino la possibilità di utilizzare il software di proprietà di qualche altra amministrazione prima di svilupparlo in proprio. Perché ciò sia possibile è certamente utile predisporre servizi a supporto della diffusione e gestione del software tra pubbliche amministrazioni; ma ciò non richiede, in linea di massima, imposizioni o nuove leggi che governino i rapporti con i fornitori e il mercato.In realtà, va anche osservato che molte amministrazioni sono restie o addirittura contrarie ad utilizzare software già esistente,in quanto questo fatto viene visto come una limitazione della propria autonomia e della propria capacità di spesa. Come vedremo in una successiva tesi, una parte rilevante del problema è quindi legata al comportamento delle amministrazioni, più che alle norme che regolano l’acquisizione del software dai fornitori. Altro discorso è invece l’acquisizione di licenze d’uso di pacchetti (come Windows o Office). In questo caso, le osservazioni proposte in precedenza non si applicano. Tuttavia, appare poco proponibile imporre che questo tipo di software sia open source pena l’impossibilità di utilizzarlo. Potranno mai Microsoft o Oracle cedere alle pressioni del solo stato Italiano e rilasciare il proprio software in modalità open source senza che questo non sconvolga il mercato e la loro stessa possibilità di esistenza? È ipotizzabile che lo Stato imponga alle proprie amministrazioni di fare a meno di prodotti quali Oracle o Office se questi non divenissero open source? Sembra molto più ragionevole e pragmatico, quanto meno sul breve periodo, da un lato spingere le amministrazioni a valutare approfonditamente la possibilità di utilizzare alternative open source (come Linux o StarOffice) e, dall’altro, valutare la possibilità di introdurre, magari a livello Europeo, norme che rendano "ispezionabile" il codice di applicazioni utilizzate da enti pubblici al fine di poterne verificare, se ritenuto necessario, il corretto funzionamento.Questo tipo di vincolo non impone al produttore di "cedere" indiscriminatamente il codice (come nel caso open source), pur permettendo un adeguato livello di controllo alle amministrazioni. Ciò non impedisce inoltre di studiare sul medio-lungo periodo l’effetto che normative più forti, certamente da definire quanto meno a livello di Unione Europea, potrebbero avere sul mercato del software. In sintesi, ci sono problemi delicati che non possono essere risolti in maniera superficiale o semplicistica, invocando l’adozione di misure che a prima vista potrebbero anche sembrare "appealing", ma che in realtà spesso si rivelano controproducenti, inapplicabili o, magari, inconcludenti. TESI 4 - L’aspetto realmente strategico (e delicato) è il back-end L’offerta di servizi di front-end su Internet è uno dei temi più scottanti oggi all’ordine del giorno. Tutte le amministrazioni sono impegnate a costruire i propri portali. Questi strumenti sono visti da molte pubbliche amministrazioni come un canale di sviluppo della propria immagine e quindi uno strumento insostituibile, molto legato al proprio ruolo e alla propria presenza sul territorio. Anche il recente bando per i servizi di e-government promosso dal Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie insiste sul tema dei servizi di front-end. In realtà, il reale decollo dei servizi di e-government si potrà avere quando le pubbliche amministrazioni saranno in grado di reingegnerizzare i propri sistemi informatici in modo da rendere disponibili sulla rete servizi di back-end fruibili sia dai front-end che da altri servizi di back-end.In questo modo, da un lato si offrono contenuti e servizi reali affinché i front-end non siano solo sterili vetrine e, dall’altro, si rende possibile l’interazione applicativa tra diverse amministrazioni al fine di offrire servizi a più alto valore aggiunto. Per questi motivi, è vitale che l’attenzione delle pubbliche amministrazioni si focalizzi sull’azione di costruzione dei back-end e non solo sullo sviluppo dei front-end. È un’operazione che certamente non dà grandi ritorni d’immagine sul breve periodo, ma è essenziale per un reale sviluppo dell’e-government. Perché tale azione abbia successo, è vitale che siano definiti degli standard di cooperazione applicativa o di Enterprise Application Integration (EAI). La definizione di una strategia di EAI si deve basare sullo studio e analisi di problematiche che si collocano a tre diversi livelli, così come illustrato in Figura 2.
In primo luogo, è necessario definire la strategia di trasporto (primo livello) attraverso la quale garantire "il passaggio dei bit", cioè le modalità secondo le quali si costruisce la rete di interconnessione. In quest’ambito, esistono ormai degli standard de facto (le tecnologie di Internet) e progetti avviati da tempo (RUPA, reti regionali, Rete Nazionale e Sistema Pubblico di Comunicazione). Perché sia però possibile una reale integrazione dei sistemi informatici e un loro convincente sviluppo è necessario che si definisca anche una strategia tecnologica di EAI (secondo livello). Tale strategia tecnologica deve definire gli strumenti tecnologici secondo i quali diversi sistemi informatici si aprono al colloquio con altri sistemi e con i portali.Tale strategia tecnologica di EAI dovrebbe essere incentrata su un numero limitato di tecnologie di mercato, quali, a puro titolo di esempio, Java 2 Enterprise Edition e .Net. La scelta e l’aggiornamento di tali standard tecnologici dovrebbe essere effettuata in base alle evoluzioni e ai cambiamenti del mercato. Lo scopo ultimo è quello di definire una "lingua comune" che permetta a diversi sistemi informatici di dialogare e cooperare. La strategia tecnologica di EAI non è ancora sufficiente, comunque, a garantire la reale integrazione dei sistemi e dei servizi.Mutuando un esempio dalla vita quotidiana, due commercialisti di Milano e Londra che dovessero lavorare per uno stesso cliente devono non solo mettersi d’accordo sulla lingua tramite la quale dialogano (per esempio l’inglese), ma anche sul significato che ciascuno assegna a concetti quali "fattura", "bolla di accompagnamento" o "anticipo IRPEF" (che in Inghilterra, per esempio, potrebbero non esistere). Inoltre, devono definire i reciproci confini di intervento in modo da non svolgere le stesse funzioni due volte o mai. Analogamente, a livello di e-government serve una strategia di integrazione applicativa (terzo livello) che definisca il formato di servizi comuni e funzionali all’interazione, e che definisca i confini e le modalità di interazione tra diversi sistemi informatici. Si pensi al caso, per esempio, dell’interazione tra tutti i comuni e l’ente Regione per la trasmissione e lo scambio di informazioni relative al territorio o ai servizi scolastici, oppure alla interazione tra provincie, privati, regioni e ministero nel caso del Sistema Informativo del Lavoro (SIL). Si noti che la strategia di EAI, ai diversi livelli, costituisce una progettualità molto più complessa di quanto delineato nelle Linee guida del Governo per lo sviluppo della Società dell’Informazione nella legislatura [4]. Tale documento riporta un modello di e-government che prevede "applicativi di notifica eventi" che sono solo una parte (di tipo più strettamente tecnologico) di una reale strategia di EAI. Un altro limite del documento è che qualifica il patrimonio informativo delle pubbliche amministrazioni considerando solo le basi di dati (vedi Sez. 8.1). Per esse sono previste specifiche azioni, mentre si ignora pressoché completamente il problema della progettazione e integrazione delle applicazioni, cioè le entità che "realizzano" i servizi resi visibili all’utenza. Perché questi diversi livelli concernenti le strategie di integrazione si possano sviluppare in modo coerente è necessario che vengano messe in campo una serie di azioni di coordinamento e regia. In particolare, servono organismi di progettazione a livello regionale e nazionale che intervengano ai diversi livelli del problema qui discusso. Questo tema verrà ulteriormente approfondito in una successiva tesi. TESI 5 - Internet cancella la geografia e i confini amministrativi Una conseguenza negativa della grande importanza data dalle pubbliche amministrazioni agli strumenti di front-end (i portali) è l’incapacità di cogliere un aspetto cruciale delle tecnologie della rete: Internet cancella la geografia e i confini amministrativi.Su Internet non esistono "distanze" e strutture "fisiche" di sportello: è possibile accedere in modo completamente trasparente a servizi che sono offerti in una qualsiasi parte del mondo tramite un qualunque PC localizzato "anywhere". Per questo motivo, cambia completamente il modo secondo il quale si concepiscono ambiti, destinatari e forme dei servizi informatici per l’e-government. Ha poco senso, per esempio, pensare a servizi di prenotazione sanitaria su base cittadina o per un singolo ospedale: un cittadino è interessato a prenotare un servizio indipendentemente, in molti casi, dalla posizione geografica o dalla struttura ospedaliera che lo offre. Per esempio, in Brianza un cittadino di Usmate non ha problemi a fare un elettrocardiogramma all’ospedale di Merate piuttosto che a quello di Vimercate (o di Monza). Ha molto più senso, quindi, gestire un servizio di prenotazione a livello regionale e, in alcuni casi, a livello nazionale (si pensi a servizi particolarmente critici come la gestione dei trapianti). Analogamente, non ha senso concepire servizi su internet di supporto al mercato del lavoro che ìsiano vincolati ad un’area geografica (per esempio una provincia). Un lavoratore disoccupato di Avellino può essere interessato sia ad un posto di lavoro in provincia di Caserta o di Napoli o di Avellino. Che senso ha parcellizzare il servizio? Perché quel lavoratore dovrebbe accedere a tre siti diversi (o oltre 80 quante sono le province) per richiedere lo stesso servizio? Tutte le precedenti osservazioni portano ad una prima conseguenza molto importante: bisogna concepire portali orientati ai servizi e non come diretta e automatica estensione della singola struttura amministrativa/operativa. È pertanto essenziale capire non solo che servizio offrire ma anche chi lo offre e come lo si offre. Questo aspetto critico emerge anche in un recente documento dell’associazione Astrid sull’e-government [1]. In tale documento si propone che tutti i servizi di front-end verso il cittadino (per qualunque amministrazione) siano offerti principalmente dai comuni.Questa scelta è motivata dal fatto che il comune è il depositario delle basi di dati anagrafiche, è il "luogo fisico" più vicino al cittadino utente e può essere considerato il responsabile verso il cittadino della fornitura dei servizi nel loro significato più ampio (assistenza all’utente, gestione dei reclami, …). Questa visione contiene elementi certamente condivisibili e cioè il fatto che deve essere garantito a chiunque l’accesso ai servizi pubblici. Ma dal punto di vista della strategia complessiva di e-government, assegnare in modo centrale ai comuni il compito di fornire i servizi (informatici ) di front-end è una scelta sbagliata: Il fatto che i comuni siano depositari delle anagrafi ha come conseguenza che essi devono offrire i servizi di back-end relativi, ma non implica che essi forniscano necessariamente anche quelli di front-end. In prospettiva, anzi, al fine di aumentare economie di scala e facilità di gestione, si andrà verso una riduzione dei front-end, così come è accaduto nel caso dei portali commerciali. È ipotizzabile che in futuro ci saranno alcuni portali che renderanno possibile l’accesso ai servizi di molte amministrazioni attraverso l’integrazione del front-end del singolo portale con i back-end dei sistemi informatici di ciascuna amministrazione. L’integrazione dei servizi di molte amministrazioni richiede competenze forti che vanno ben oltre il ruolo e le capacità dei comuni (con l’eccezione di alcuni comuni di grandi dimensioni).Questo fatto rafforza ancora di più l’idea che si andrà verso una concentrazione nella fornitura dei servizi di front-end. Non ha senso far coincidere la disponibilità di terminali presso gli uffici comunali con il fatto che i servizi di front-end siano costruiti e offerti dai comuni stessi. Presso il comune ha senso predisporre postazioni Internet che rendono possibile l’accesso a servizi di front-end che possono essere comunque costruiti e erogati anche da terzi (pubblici privati, vedi Tesi 6).Il vero punto critico per superare quello che Astrid chiama "single agency transaction" non è l’assegnare in modo aprioristico ai comuni un ruolo centrale, quanto spingere affinché siano costruiti i servizi di back-end che permettano l’integrazione dei servizi a livello di front-end.Da questo punto di vista, appare sfuocata anche la critica di Astrid al portale e-Italia recentemente introdotto dal Governo. Astrid da un lato indica la necessità di non disorientare il cittadino con un numero eccessivo di punti di accesso e allo stesso tempo critica il portale e-Italia in quanto favorirebbe la frammentazione nell’erogazione dei servizi. Ma dare ai singoli comuni il compito di fare il front-end frammenterebbe ancor di più l’accesso e soprattutto renderebbe molto costoso il processo di gestione e erogazione dei servizi. In realtà, i limiti del portale e-Italia sono altri. In primo luogo, per poter funzionare il portale e-Italia deve basarsi sullo sviluppo dei backend delle singole amministrazioni, attività poco visibile e sulla quale non si sta investendo come si dovrebbe. Allo stato dei fatti, si corre il rischio che il portale e-Italia sia solo un indice dei servizi e come tale utilizzato come una sorta di elenco del telefono, senza che riesca a svolgere un reale compito di integrazione e ad alto valore aggiunto. Inoltre, come discusso in una successiva tesi, è ipotizzabile che il ruolo di front-end possa essere in futuro giocato dai portali privati, in grado di integrare funzioni di accesso ai servizi delle amministrazioni con altri servizi propri. In generale, lo sviluppo del portale e-Italia rivela un aspetto ancora più critico. Si potrebbe porre, infatti, la seguente domanda: se Internet cancella la geografia, non avrebbe senso avere un unico sito per tutto o comunque approcci fortemente centralizzati? L’idea che anche Astrid propone di un "unico punto di accesso" non è forse facilmente realizzabile con un unico sito? È questo che si intende nel documento del Governo quando si parla di "individuare il settore pubblico come un unico interlocutore"? Questa posizione tendenzialmente centralistica dal punto di vista informatico ha una sua razionalità dal punto di vista economico-gestionale, ma trascura due aspetti essenziali:
È pertanto sempre più evidente che la dicotomia centralismo-federalismo richiede un forte ripensamento sul tema dell’architettura e della strategia di sviluppo dei sistemi informatici e in particolare dei front-end, giacché le soluzioni oggi proposte sono parziali e incapaci di cogliere sia le opportunità offerte dal mercato e dallo sviluppo delle tecnologie, sia i bisogni e le richieste del cittadino utente, sia l’impellente necessità di razionalizzare e finalizzare la spesa pubblica. È ormai evidente che va ricercato un equilibrio complessivo nuovo che rinunci agli schemi e agli stereotipi del passato e del presente; è sempre più necessario trovare nuovi terreni di mediazione tra le diverse esigenze che tengano conto della rivoluzione copernicana costituita dalle tecnologie di Internet. Questo punto di importanza cruciale verrà ulteriormente discusso nella Tesi 7. TESI 6 - I privati hanno un ruolo chiave nel front-end Lo sviluppo dei sistemi di e-government potrà prevedere anche la partecipazione dei privati nell’erogazione dei servizi. Questo è reso possibile e anzi auspicato dalle innovazioni introdotte dalle riforme Bassanini, che prevedono da un lato l’obbligo delle pubbliche amministrazioni di accettare documenti in formato elettronico e, dall’altro, attribuiscono valore legale alla firma digitale. ù In questo modo è possibile immaginare che privati creino "agenzie virtuali" con compiti di intermediazione tra cittadino e ente pubblico. Una conseguenza di questo tipo di strategia è che i portali che forniscono servizi ai cittadini potranno essere sia pubblici che privati.Questo punto si collega direttamente a quanto già espresso in una precedente tesi, rafforzandola ulte riormente. Costruire e gestire portali ricchi di servizi è costoso e complesso. Le esperienze nel settore privato e la scomparsa di diversi attori anche prestigiosi hanno messo ancora più in evidenza il fatto che operare su Internet non è né facile né a basso costo.È quindi importante studiare come promuovere la costituzione di portali privati che siano in grado di coniugare ricchezza e qualità dei servizi con economia di gestione e capacità di autosostentamento. TESI 7 - Federalismo è maggiore efficienza, non maggiore entropia Lo sviluppo dell’e-government vede le regioni e gli enti locali in prima linea. Oltre alle iniziative autonome dei singoli enti, il già citato bando del Dipartimento dell’Innovazione e delle Tecnologie ha dato ulteriore spinta alle iniziative autonome delle amministrazioni che operano sul territorio. Questa spinta propulsiva è indubbiamente un fatto in linea di principio positivo, in quanto crea una massa critica di risorse e capacità a servizio dello sviluppo dell’e-government. Ciò nondimeno, si vanno sempre più profilando una serie di problemi che rischiano di trasformare le iniziative locali sull’e-government in un’occasione perduta e uno spreco di risorse pubbliche. Un primo problema che ci si trova ad affrontare è costituito dalla duplicazione degli investimenti e dalle diseconomie di scala. Accade troppo spesso che lo stesso servizio sia sviluppato indipendentemente da due o più amministrazioni. Un caso clamoroso è costituito dai sistemi informativi per il mercato del lavoro, di competenza delle regioni e delle province. Esistono diversi progetti per lo sviluppo di applicazioni informatiche che hanno tutte lo stesso insieme di requisiti e che obbediscono agli stessi vincoli legislativi. In alcuni casi, diverse province di una stessa regione hanno progetti tra loro alternativi e potenzialmente in competizione con quanto previsto a livello regionale. Per di più le applicazioni che si vuole sviluppare svolgono in larga misura le stesse funzioni del sistema sviluppato dal Ministero che è già disponibile open source per tutte le amministrazioni. Eppure sembra non sia neanche discutibile il diritto di regioni e province di sviluppare propri sistemi informatici di supporto al mercato del lavoro. Un dirigente locale ha più volte affermato che "federalismo vuol dire diseconomie di scala" e che le amministrazioni locali "non devono essere messe nell’imbarazzo politico di sentirsi dire che un sistema informatico c’è già". Tutto ciò, si noti, spesso indipendentemente da un’analisi di merito di quello che offrono i software esistenti e di quanto si vorrebbe realizzare con i nuovi progetti. Si osservi, infine, che alle iniziative delle amministrazioni locali, si sovrappongono anche le azioni degli enti e delle agenzie dello stato, quali INPS e Italia Lavoro, fatto che introduce ulteriori elementi di complessità. Un secondo problema è che molte iniziative delle amministrazioni locali sono soggette molto spesso ad una visione settoriale, con una scarsa attenzione alla cooperazione con le altre amministrazioni. Spesso manca la consapevolezza, come accennato in precedenza, che Internet cambia le regole del gioco e che non è possibile pensare ad una diretta trasposizione sulla rete di quanto già svolto dalla singola amministrazione. In generale, si ha il timore che spesso le iniziative delle singole amministrazioni siano animate da un crescente sindacalismo istituzionale che protegge le istanze e capacità progettuali dei singoli enti dalle ingerenze e interferenze degli altri livelli amministrativi. È il campanile trasferito su Internet.L’effetto netto che i conflitti e le sovrapposizioni tra iniziative "competitive" stanno provocando è un rallentamento nello sviluppo di molti sistemi di e-government. In generale, cresce il timore che l’attuale sviluppo dell’e-government sia molto simile a quanto succede nel caso dei finanziamenti del venture capital: partono molti progetti, ma solo una piccola percentuale di essi avrà nei fatti un reale successo ed emergerà. Ma se questo approccio darwiniano può avere senso nel settore privato, dove comunque esistono dei meccanismi molto consolidati per la valutazione del ritorno dell’investimento, nel caso dell’investimento pubblico ciò appare francamente insostenibile. È sempre più evidente che è necessario trovare un luogo di mediazione e di coordinamento tra tutte le pubbliche amministrazioni che permetta di affrontare con maggiore razionalità questo complesso processo di innovazione. Non si vuole in questa sede in alcun modo ipotizzare un controllo centralisticoche si contrapponga alla giusta autonomia degli enti locali e delle regioni. Piuttosto, bisogna identificare i momenti e le strutture necessarie per indirizzare e coordinare i processi di cambiamento. Il federalismo e il decentramento devono tradursi in maggiore efficienza, in vicinanza ai cittadini e in rapidità di interventi. È evidente che federalismo non può e non deve voler dire maggiore entropia e spreco di risorse pubbliche. TESI 8 - Serve un processo organico di regia dell’e-Government Quanto discusso in precedenza si può ricondurre ad un unico problema: serve un processo organico di governo e gestione dei processi di innovazione tecnologica nelle diverse strutture dello Stato. Questo processo deve definire, di concerto con i diversi attori in gioco, la vision strategica, tecnologica e organizzativa attraverso la quale guidare l’innovazione. Deve inoltre gestire la mediazione istituzionale tra i diversi interlocutori. È evidente che un tale ruolo deve essere sostenuto da un indiscusso prestigio e da una solida credibilità sia livello tecnico che istituzionale.Se guardiamo alle Linee guida del Governo per lo sviluppo della società dell’Informazione nella legislatura troviamo i seguenti luoghi di confronto:
• Comitati di raccordo con le Autonomie Locali
Si può osservare che la struttura e la missione di questi organismi li rende adatti a svolgere un compito di natura consultiva o settoriale. Manca però una struttura che abbia il compito e la responsabilità di "progettare" il sistema di e-government a livello nazionale, armonizzando e coordinando le iniziative dei diversi ministeri, raccordandole con quello che fanno le regioni e gli enti locali, introducendo le razionalizzazioni e ottimizzazioni che una visione non parcellizzata è in grado di offrire.Ovviamente, un tale organismo dovrebbe avere un mandato forte della conferenza unificata in rappresentanza di tutte le amministrazioni del paese. Il metodo di lavoro di tale organismo deve incentrarsi su due passaggi fondamentali:
Il risultato di tali tavoli sarà simile a quanto recentemente prodotto dal Ministero della Salute per il Sistema Informativo Sanitario Nazionale. Specificatamente, dovrà essere identificato quanto segue: Il lavoro dei tavoli tematici serve quindi a superare la logica secondo la quale ciascuno ricerca in maniera autonoma la soluzione ai propri problemi senza raccordo con gli altri attori coinvolti e, al tempo stesso, a lasciare la massima autonomia realizzativa possibile.In sintesi, con l’approccio proposto si realizza unitarietà e sinergia progettuale e, al tempo stesso, elevato parallelismo a livello operativo. Conclusioni Lo sforzo che negli ultimi anni lo Stato, le regioni e gli enti locali hanno profuso nello sviluppo dei servizi di egovernment è stato certamente un contributo utile per il paese. Purtroppo, però, non siamo ancora nella situazione nella quale tali azioni "fanno sistema" e ottengono utili effetti moltiplicativi sui tempi di sviluppo dei servizi ai cittadini e alle imprese.Per far si che tale "effetto sistema" sia realmente ottenuto è necessario ripensare i meccanismi e i processi di governo delle iniziative di e-government. Ci deve essere una regia efficace ancorché non "centralistica" del processo che garantisca armonia degli investimenti, coerenza delle scelte tecnologiche e applicative, vision e finalizzazione dei progetti.Senza tale regia il paese corre rischio di trarre benefici marginali dagli investimenti previsti. È un rischio che non deve essere assolutamente corso. RIFERIMENTI [1] Astrid. Federalismo informatico e rinnovamento delle istituzioni: dieci tesi sull’e-government. Roma, Marzo, 2002.[2] European Union. E-government: from policy to practice - Final report. Ministerial Conference, Bruxelles, 29-30 Novembre, 2001.[3] A. Fuggetta. Open source software: an evaluation. In corso di pubblicazione su Journal of Systems and Software. Disponibile in bozza su http://www.cefriel.it/~alfonso[4] Ministro per l’innovazione e le tecnologie. Linee guida del Governo per lo sviluppo della Società dell’Informazione nella legislatura. Roma, Giugno 2002. http://www.innovazione.gov.it/ita/news/linneguida.shtm
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