Da Internet a Gutemberg
Conferenza tenuta da Umberto Eco
presso The Italian Academy for Advanced Studies in America
Traduzione di Alessandro Lana
articolo
originale
12 Novembre 1996
Secondo
Platone, (Fedro) quando Hermes, il presunto inventore della scrittura, presentò
la sua invenzione al Faraone Thamus, lodò la nuova tecnica che avrebbe dovuto
permettere agli esseri umani di ricordare ciò che avrebbero altrimenti
dimenticato. Ma il Faraone non sembrava proprio così soddisfatto. "Mio
abile Theut", disse, "la memoria è un gran dono che si dovrebbe conservare con
l'esercizio continuo. Con la tua invenzione, la gente non sarà più obbligata
ad allenare la memoria. Essi ricorderanno le cose non grazie ad uno sforzo
interiore, ma ad una mera virtù di un mezzo esterno."
Noi possiamo comprendere la preoccupazione del Faraone. Scrivere, come ogni
altro nuovo strumento tecnologico, avrebbe intorpidito quella capacità degli
uomini che andrebbe a sostituire e rinforzare - proprio come le automobili ci
rendono meno capaci di camminare. Scrivere era pericoloso perché diminuiva il
potere della mente offrendo agli esseri umani un'anima cristallizzata, una
caricatura della mente, una memoria minerale.
Il testo di Platone è ironico, naturalmente. Platone scriveva i suoi
argomenti contro la scrittura. Ma egli fingeva che il suo discorso fosse fatto
da Socrate, che non scrisse mai. (poiché non pubblicò, morì nel corso delle
sue dispute accademiche).
Oggi nessuno condividerebbe queste affermazioni, per due ragioni molto
semplici. Prima di tutto, sappiamo che i libri non sono un modo per far sì che
qualcun altro pensi al nostro posto; al contrario ci sono macchine che provocano
ulteriori pensieri. Solo dopo l'invenzione della scrittura fu possibile scrivere
un capolavoro di memoria spontanea come "La Recherche du Temps Perdu" di
Proust.
Secondariamente, se una volta la gente aveva bisogno di allenare la memoria
per ricordare le cose, dopo l'invenzione della scrittura essi avrebbero dovuto
allenare la memoria per ricordare i libri. I libri sfidano e migliorano la
memoria; non la narcotizzano.
Comunque, il Faraone rivelava una paura eterna: la paura che una nuova
conquista tecnologica potesse abolire o distruggere qualcosa che noi
consideriamo prezioso, fruttuoso, qualcosa che per noi rappresenta un valore
intrinseco, e uno profondamente spirituale.
E' come se il Faraone indicasse prima una superficie scritta e poi
un'immagine ideale della memoria umana, dicendo: "Questo ucciderà
quest'altro".
Più di mille anni dopo Victor Hugo, nella sua "Notre Dame de
Paris", ci mostra
un prete, Claude Frollo, puntare il suo dito prima su un libro, quindi sulle
torri e le figure della sua amata cattedrale, dicendo: "Ceci tuera
cela", questo ucciderà quest'altro. (Il libro ucciderà la cattedrale,
l'alfabeto ucciderà l'immagine).
La storia di Notre Dame de Paris si svolge nel Quindicesimo secolo, un po'
dopo l'invenzione della stampa. Prima di allora, i manoscritti erano riservati
ad una ristretta élite di persone erudite, ma l'unico mezzo per insegnare alle
masse le storie della Bibbia, la vita di Cristo e dei Santi, i principi morali,
persino fatti della storia nazionale o le più elementari nozioni di geografia e
di scienze naturali (la natura di persone sconosciute e le caratteristiche delle
erbe e delle pietre), era fornita dalle figure della cattedrale.
Una cattedrale
medievale era una specie di permanente e fisso programma TV che avrebbe dovuto
dire alla gente tutto ciò che era indispensabile per la loro vita quotidiana
nonché per la loro salvezza eterna. Il libro li avrebbe distratti dai loro più
importanti valori, incoraggiando informazioni superflue, libere interpretazioni
delle Scritture, insane curiosità.
Negli anni Sessanta, Marshall McLuhan scrisse "Galassia Gutemberg", in
cui annunciava che il metodo lineare del pensiero introdotto dall'invenzione
della stampa, era sul punto di essere sostituito da un più globale metodo di
percezione e di cognizione attraverso le immagini TV o altri tipi di strumenti
elettronici. Forse non proprio McLuhan, ma certamente molti dei suoi lettori
puntarono il loro indice prima verso una discoteca di Manhattan e dopo verso un
libro stampato dicendo: "Questo ucciderà quest'altro."
I media necessitarono di un certo periodo per poter accettare l'idea che la
nostra civiltà fosse sull'orlo di diventare una civiltà dell'immagine - il ché
avrebbe implicato la fine dell'alfabetizzazione. Oggi questo è un vecchio luogo
comune per ogni rivista. Ciò che curioso è che i media cominciarono a
celebrare il declino della cultura letteraria e lo schiacciante potere delle
immagini proprio nel momento in cui, sulla scena mondiale appariva il Computer.
Certamente il computer è uno strumento per mezzo del quale uno può produrre
e pubblicare immagini, certo le istruzioni sono fornite attraverso icone; ma è
ugualmente certo che il computer è diventato, prima di tutto, uno strumento
alfabetico. Sul suo schermo scorrono parole, frasi, e per poter usare il
computer bisogna saper leggere e scrivere. La nuova generazione del computer,
deve sapere, o imparare, procedure logiche e algoritmi, e deve saper digitare
parole e numeri su una tastiera a grande velocità.
In questo senso uno può dire che il computer ci fa ritornare alla Galassia
Gutemberg.
La gente che passa le nottate realizzando un'infinita navigazione in
Internet, ha a che fare principalmente con parole. Se lo schermo della TV può
essere considerato una sorta di finestra ideale attraverso cui uno guarda
l'intero mondo sotto forma di immagini, lo schermo del computer è un libro
ideale su cui uno legge il mondo sotto forma di parole e pagine.
I computer tradizionali forniscono una specie lineare di comunicazione
scritta. Lo schermo mostrava linee scritte. Era come un libro da leggere
velocemente.
Ma ora ci sono gli ipertesti. In un libro uno deve leggere da sinistra a
destra (o da destra a sinistra, o da sopra a sotto, secondo le diverse culture)
in maniera lineare. Uno potrebbe ovviamente saltare tra le pagine, potrebbe -
una volta arrivato a pagina 300 - tornare indietro per controllare o rileggere
qualcosa a pagina 10 - ma questo implica fatica, voglio dire, una fatica fisica.
Al contrario un ipertesto è una rete multidimensionale in cui ogni punto o nodo
potenzialmente può essere connesso con ogni altro nodo.
Così siamo arrivati al capitolo finale della nostra storia questo - ucciderà
- quest'altro. E' ormai universalmente riconosciuto che nel prossimo futuro i
cd-rom ipertestuali rimpiazzeranno i libri. Si è portati a credere che a causa
dei dischetti ipertestuali i libri diverranno obsoleti. Se solo pensiamo che un
ipertesto è di solito multimediale, nel prossimo futuro i dischetti
ipertestuali rimpiazzeranno non solamente i libri ma anche le videocassette e
molti altri supporti mediatici.
Dobbiamo ora chiederci se una simile prospettiva sia realistica o si tratta
semplicemente di fantascienza - come pure se la distinzione che abbiamo appena
sottolineato tra comunicazione visiva e testuale, libri e ipertesti sia davvero
così semplice. Permettetemi di elencare una serie di problemi e possibili
prospettive per il nostro futuro.
Anche dopo l'invenzione della stampa, i libri non sono mai stati l'unico
strumento d'acquisizione d'informazioni. C'erano pitture, stampe d'immagini
popolari, l'insegnamento orale, e così via. Si può dire che i libri erano
comunque il più importante strumento per la trasmissione d'informazioni
scientifiche, incluse le notizie degli eventi storici. In questo senso erano lo
strumento principale usato nelle scuole.
Con la diffusione dei vari media, dal cinema alla televisione, qualcosa
cominciò a cambiare. Anni fa l'unico modo per imparare una lingua straniera
(escludendo il viaggiare all'estero) era studiare su un libro. Oggi i nostri
bambini frequentemente conoscono altre lingue ascoltando dischi, guardando film
in edizione originale, decifrando le istruzioni scritte... lo stesso succede con
le informazioni geografiche. Nella mia infanzia ho appreso la maggior parte
delle mie conoscenze sui paesi esotici non dai libri di testo ma leggendo
romanzi d'avventura (Jules Verne, per esempio). I miei figli impararono ben
prima di me sullo stesso argomento guardando la Tv e film. Si può apprendere
benissimo la storia dell'Impero Romano attraverso i film, ammesso che siano
storicamente corretti. La colpa di Hollywood non è di aver contrapposto i suoi
film ai libri di Tacito o di Gibbon, ma piuttosto di aver imposto una versione
da romanzo pulp sia di Tacito sia di Gibbon.
Un buon programma Tv educativo (per non parlare di un cd-rom) possono spiegare
la genetica meglio di un libro.
Oggi il concetto d'alfabetizzazione comprende molti media. Un'illuminata
politica sul tema deve tenere in conto le possibilità di tutti questi media.
L'attenzione educativa deve essere estesa a tutti i media.
Responsabilità e compiti devono essere bilanciati attentamente. Se per
imparare le lingue, le audiocassette sono meglio dei libri, curiamo le
audiocassette. Se una presentazione di Chopin, con commenti su compact disk,
aiutano la gente a comprendere Chopin, non lamentiamoci se non compra cinque
volumi sulla storia della musica.
Se anche fosse vero che oggi la comunicazione visiva schiaccia quella
scritta, la questione non è di opporre la comunicazione scritta a quella
visiva. La questione è come migliorare entrambe. Nel Medioevo la comunicazione
visuale era, per le masse, più importante di quella scritta. Ma Chartres
Cathedral non era culturalmente inferiore alla Imago Mundi di Honorius
d'Autun. Le cattedrali erano la televisione di quei tempi, e la differenza dalla
nostra Tv era che i direttori della Tv medievale leggevano buoni libri, avevano
molta immaginazione, e lavoravano per il bene pubblico (o, almeno, per ciò che
essi credevano fosse il bene pubblico).
La vera questione è un'altra. La comunicazione visiva deve essere bilanciata
con quella verbale, e principalmente con quella scritta per una ben precisa
ragione. Una volta, un semiologo, Sol Worth, scrisse il saggio Le immagini
non possono dire nulla. Io verbalmente posso dire: "Gli unicorni non
esistono" ma se mostro l'immagine di un unicorno, l'unicorno è lì. E
ancora, l'unicorno che vedo rappresenta un unicorno in particolare o gli
unicorni in generale?
Questa questione non è così irrilevante come potrebbe sembrare. Moltissime
pagine sono state scritte da logici e semiologi sulla differenza tra espressioni
quali: "Un bambino", "Il bambino". "Questo
bambino", "Tutti i bambini", e "Infanzia" come idea in
generale. Simili distinzioni non sono così facili da mostrare attraverso
immagini. Nelson Goodman nel suo Linguaggi dell'Arte si chiedeva se una
figura che mostrasse una donna fosse la rappresentazione delle
"Donne", il ritratto di una donna in particolare, l'esempio delle
caratteristiche generali di una donna, o l'equivalente della frase: "C'è
una donna che mi guarda".
Si può dire che in un poster o in un libro illustrato, la didascalia o altre
forme di scritte possono aiutare a capire il significato delle immagini. Ma
voglio ricordarvi uno strumento retorico chiamato esempio, su cui Aristotele
scrisse delle pagine interessanti. Per convincere qualcuno su una data
questione, la più convincente maniera è l'induzione. Nell'induzione fornisco
molti casi e quindi inferisco che probabilmente, essi deducano una legge
generale. Supponiamo che voglia dimostrare che i cani sono amichevoli e che
amano i loro padroni. A questo proposito elenco molti casi in cui un cane è
provatamente stato amichevole e utile. Quindi suggerisco che debba esserci una
legge generale che stabilisce che ogni animale appartenente alla specie dei cani
sia amichevole.
Supponiamo ora che voglia persuadervi che i cani sono pericolosi. Posso farlo
fornendovi un esempio: " Una volta un cane uccise il suo padrone..."
Come capite, un singolo caso non prova nulla, ma se l'esempio è sorprendente,
posso surrettiziamente suggerire che i cani possono anche essere poco
amichevoli, e una volta che siate convinti che possa essere così, posso
estrapolare forzatamente una legge da un singolo caso e concludere: "Questo
vuol dire che ai cani non può essere data fiducia." Con l'uso retorico
dell'esempio passo da un unico cane a tutti i cani.
Una mente critica comprende bene che ho manipolato un'espressione verbale (un
cane che era cattivo) in modo da trasformarla in un'altra. (tutti i cani sono
cattivi) che non significa la stessa cosa. Ma se l'esempio è di tipo visuale
piuttosto che verbale, la reazione critica diventa più difficile. Se vi mostro
un'immagine cruenta di un cane che morde il suo padrone è molto difficile
discriminare tra un'affermazione specifica o generica. E' facile assumere un
cane in rappresentanza della sua specie. Le immagini hanno, per dire, una sorta
di potere platonico: trasformano gli individui in idee universali.
Così, da una comunicazione e da un insegnamento meramente visivi, è più
facile realizzare strategie di persuasione che riducono la nostra capacità
critica. Se leggo su un giornale che un uomo ha detto: "Vogliamo mister X
Presidente", sono consapevole che quella è la particolare opinione di un
particolare uomo. Ma se guardo in televisione un uomo che dice entusiasta:
"Vogliamo mister X Presidente" è più facile assumere la volontà di
un individuo come l'esempio della volontà generale.
Sono sempre più convinto che le nostre società tra breve (se non lo sono già)
si troveranno spaccate in due classi di cittadini: quelli che guardano solo la
televisione, e che riceveranno immagini prefabbricate e quindi prefabbricate
definizioni del mondo, senza poter minimamente scegliere criticamente il tipo
d'informazione che essi ricevono, e quelli che sanno rapportarsi al computer e
saranno capaci di selezionare ed elaborare le informazioni. Tutto ciò
ridisegnerà le divisioni che esistevano ai tempi di Claude Frollo, tra chi era
capace di leggere i manoscritti, e quindi di rapportarsi criticamente con i temi
religiosi, scientifici o filosofici, e chi era solamente educato dalle immagini
delle cattedrali, selezionate e prodotte dai loro padroni, i pochi letterati.
Uno scrittore di fantascienza potrebbe immaginare molto riguardo ad un mondo
futuro dove una maggioranza di proletari riceva solamente comunicazioni visuali
pianificate da un élite di persone informatizzate.
Ci sono due tipi di libri: quelli da leggere e quelli da consultare.
A causa del contenuto dei libri da leggere, la maniera normale di lettura la
chiamerei di tipo romanzo giallo.
Cominciate da pagina uno, in cui l'autore vi dice che è stato commesso un
crimine, seguite tutti i sentieri dell'investigazione fino alla fine, quando
scoprite che il colpevole è stato il maggiordomo. Fine del libro e fine della
vostra esperienza di lettura. Badate che lo stesso succede se leggete, diciamo, Il
Discorso sul Metodo di Cartesio. L'autore vuole che voi apriate il libro
alla prima pagina, seguiate una serie di questioni che vi propone, per vedere
come egli tragga certe conclusioni finali. Certamente uno studioso che conosce
già il libro, può rileggerlo saltando da una pagina all'altra, cercando di
isolare un eventuale collegamento tra un frase del primo capitolo ed una
dell'ultimo...Uno studioso può inoltre decidere di isolare, diciamo, la
frequenza della parola Gerusalemme all'interno dell'immensa opera di Tommaso d'Aquino,
saltando così migliaia di pagine in modo da focalizzare la sua attenzione solo
su quei passi riguardanti Gerusalemme...Ma questi sono metodi di lettura che un
uomo di legge considererebbe innaturali.
Quindi ci sono i libri da consultare, come i manuali ed enciclopedie. A volte
i manuali occorre leggerli dall'inizio alla fine; ma una volta compreso
abbastanza l'argomento, possono essere consultati, selezionando solo certi
capitoli o passi. Quando andavo al Liceo, dovevo leggere interamente, in maniera
lineare, il mio manuale di matematica; oggi, se ho bisogno di una precisa
definizione di logaritmo, basta solamente consultarlo. Lo tengo sui miei
scaffali non per leggerlo e rileggerlo ogni giorno, ma in modo da poterlo
aprire, magari solo una volta in dieci anni, per cercare l'argomento che ho
bisogno di consultare.
Le Enciclopedie sono concepite per la consultazione, non per essere lette
dalla prima all'ultima pagina. Di solito uno prende un certo volume di
un'enciclopedia per sapere o per ricordarsi quando Napoleone morì o quale sia
la formula dell'acido solforico. Gli studiosi usano le enciclopedie in maniera
più sofisticata. Per esempio, se volessi sapere se sarebbe stato possibile che
Napoleone avesse incontrato Kant, dovrei sfogliare molti libri di molti
scaffali, dovrei prendere annotazioni in modo da comparare in seguito tutti i
dati che ho raccolto, e così via. In breve tutto questo mi costerebbe un
pesante impegno fisico.
Invece con un ipertesto posso navigare attraverso l'intera enciclopedia.
Posso connettere un evento registrato all'inizio con una serie di eventi simili
disseminati per tutto il testo; posso confrontare l'inizio con la fine; posso
richiedere una lista con tutte le parole che iniziano con A; posso richiedere
tutti quei casi in cui Napoleone è collegato con Kant; posso confrontare le
loro date di nascita e di morte - in breve, posso fare il mio lavoro in pochi
secondi o pochi minuti.
Gli ipertesti renderanno certamente obsolete le enciclopedie e i manuali. In
pochi cd-rom (probabilmente presto in uno solo) è possibile inserire più
informazioni che nell'intera Enciclopedia Britannica, con il vantaggio che esso
permette riscontri incrociati e ricerche non-lineari di informazioni. Tutti i
compact disk, più il computer, occuperanno un quinto dello spazio occupato da
un'enciclopedia. L'enciclopedia non può essere trasportata come i cd-rom;
l'enciclopedia non può essere aggiornata facilmente. Gli scaffali oggi
occupati, a casa mia come nelle biblioteche pubbliche, da metri e metri di
enciclopedie potrebbero essere eliminati nel prossimo futuro senza alcun
rimpianto per la loro scomparsa.
Può un dischetto ipertestuale rimpiazzare i libri da leggere? Questa domanda
in effetti nasconde due diversi problemi e potrebbe essere riformulata in altre
due.
I) Prima una di tipo pratico: un supporto elettronico può rimpiazzare i
libri da leggere?
II) Secondariamente una di tipo teoretico ed estetico: un cd-rom multimediale
ed ipertestuale può trasformare la vera natura di un libro da leggere come un
romanzo od una raccolta di poesie?
Lasciatemi prima rispondere alla prima domanda.
I libri rimarranno indispensabili non solo per la letteratura, ma per ogni
circostanza in cui occorre leggere attentamente, non solo per ricevere
informazioni ma anche meditare e riflettere su di essi. Leggere uno schermo di
computer non è lo stesso che leggere un libro. Pensate al processo di
apprendimento di un nuovo programma di computer. Di solito è il programma
stesso a mostrare sullo schermo tutte le istruzioni che servono. Ma di solito
gli utenti che vogliono imparare ad usare il programma o stampano le istruzioni
e le leggono come se fossero in forma di libro, o comperano un manuale scritto
(consentitemi di trascurare il fatto che attualmente tutti gli Helps
dei computer sono chiaramente scritti da irresponsabili e tautologici idioti,
mentre i manuali commerciali sono scritti da gente in gamba). E' possibile
comprendere un programma visivo che spiega molto bene come stampare e rilegare
un libro, ma per ottenere le istruzioni su come scrivere (o su come usare) un
programma per computer abbiamo bisogno di un manuale scritto.
Dopo aver passato non più di dodici ore alla tastiera di un computer, i miei
occhi sono come due palle da tennis, e avverto il bisogno di sedermi comodamente
su una poltrona e leggere un giornale, o magari una bella poesia. Penso che i
computer stiano diffondendo una nuova forma di cultura letteraria ma sono
incapaci di soddisfare tutti i bisogni intellettivi che essi stessi stimolano.
Nei miei momenti di ottimismo sogno una generazione di computer che,
costretti a leggere uno schermo, imparino dalla lettura, ma che ad un certo
punto si sentano insoddisfatti e cerchino una forma di lettura diversa, più
rilassata e che richieda un altro tipo di impegno.
Durante un convegno sul futuro dei libri tenutosi all'Università di San
Marino, Regis Debray ha osservato che il fatto che la civiltà ebraica fosse
basata su un Libro non fosse indipendente dal fatto che essa fosse una civiltà
nomade. Penso che quest'osservazione sia molto importante. Gli Egizi potevano
incidere i loro documenti su obelischi di pietra, non Mosè. Se voleste
attraversare il Mar Rosso, un rotolo di pergamena è uno strumento più pratico
per "annotare saggezza". Comunque, un'altra civiltà nomade,
l'Arabica, era basata su un libro, e preferiva la scrittura alle figure.
Ma il libro ha dei vantaggi anche rispetto ai computer. Anche se stampati su
carta acida moderna, che dura solo 70 anni circa, essi sono più duraturi dei
supporti magnetici. Inoltre, non temono la carenza di potenza ed i blackout, e
sono più resistenti agli urti. Il libri rappresentano ancora il più economico,
flessibile e pratico modo per trasportare informazioni a bassissimo costo.
La comunicazione informatica viaggia più veloce di voi, i libri viaggiano
con voi e alla stessa velocità, ma se naufragate su di un isola deserta, un
libro vi servirebbe, mentre non avreste nessuna possibilità di attaccare la
spina di un computer. E anche se il vostro computer avesse batterie solari, non
potreste usarlo facilmente mentre giacete su un'amaca. I libri sono ancora i
migliori compagni di naufragio, o del Giorno Dopo.
Per scopi scolastici un libro da leggere può essere trasformato in un cd-rom
ipertestuale. Uno studioso potrebbe aver bisogno di sapere, diciamo, quante
volte la parola "bene" appaia nel Paradiso Perduto.
Comunque oggi ci sono nuovi ipertesti poetici che dimostrerebbero come
persino un libro da leggere o una poesia possano essere trasformati in
ipertesti. A questo punto arriviamo alla seconda domanda, dato che la questione
non è più di tipo pratico: essa riguarda l'intima natura del processo della
lettura.
Anche un romanzo giallo concepito in modo ipertestuale può essere
strutturato liberamente, in maniera che i suoi lettori possano persino
selezionare un sentiero narrativo prestabilito, costruendosi cioè la propria
storia personale e persino decidere che il colpevole possa e debba essere
l'investigatore invece del maggiordomo.
Un idea simile non è nuova. Prima dell'invenzione del computer, poeti e
scrittori hanno sognato un testo totalmente aperto che i lettori potevano
riscrivere infinite volte in modi differenti. Questa era l'idea di Le Livre, così
come la racconta Mallarmé; Joyce pensava che il suo Finnegans Wake
fosse un testo per un lettore ideale affetto da un insonnia ideale. Negli anni
Sessanta Max Saporta pubblicò un romanzo le cui pagine potevano essere disposte
in modo da comporre storie differenti. Nanni Balestrini dettò ad uno dei primi
computer una lista casuale di versi che la macchina metteva assieme in diversi
modi così da comporre differenti poesie; Raymond Queneau inventò un algoritmo
combinatorio grazie al quale era possibile comporre, da un infinito insieme di
versi, miliardi di poesie. Molti musicisti contemporanei hanno prodotto spartiti
musicali mobili manipolando i quali si possono comporre differenti esecuzioni
musicali.
Come avrete forse compreso, persino qui abbiamo a che fare con due problemi
differenti.
(I) Il primo è l'idea di un testo fisicamente mobile. Un simile testo
dovrebbe dare l'impressione dell'assoluta libertà da parte del lettore; ma
questa è solo un impressione, un illusione di libertà. L'unico marchingegno
che permette di produrre infiniti testi esiste da millenni: l'alfabeto. Con un
numero ridotto di lettere si possono produrre, veramente, miliardi di testi;
questo è esattamente ciò che è stato fatto da Omero ai giorni nostri. Un
testo che ci fornisce non lettere o parole, ma sequenze prestabilite di parole o
di pagine, non ci lascia liberi di inventare ciò che vogliamo. Noi siamo solo
liberi di muovere in un infinito numero di modi prestabiliti brani testuali.
Ma io, come lettore ho questa libertà anche leggendo un romanzo giallo
tradizionale. Nessuno m'impedisce di immaginare una fine diversa. Dato un
romanzo dove due amanti muoiono, come lettore posso sia piangere del loro
destino o cercare di immaginare una fine differente in cui essi sopravvivono e
vivono felici per sempre. Personalmente da lettore mi sento più libero con un
testo fisicamente finito, su cui posso sognare per anni piuttosto che con uno
mobile dove sono permesse solo alcune manipolazioni.
(II) Questa possibilità ci conduce al secondo problema riguardo ad un testo
che è fisicamente finito e limitato ma che può essere interpretato in
infiniti, o almeno in molti modi. Questo era stato di fatti lo scopo d'ogni
poeta e narratore. Ma un testo che permette molte interpretazioni non è un
testo che permette ogni interpretazione.
Penso che ci stiamo confrontando con tre differenti idee d'ipertesto. Prima
di tutto dobbiamo fare un'accurata distinzione tra sistemi e testi. Un sistema
(per esempio un sistema linguistico) rappresenta l'insieme delle possibilità
disposte da una data lingua "naturale". Ogni caso linguistico può
essere interpretato in termini di altri casi linguistici semiotici: una parola
da una definizione, un evento da un esempio, una specie naturale da un'immagine
e così via. Il sistema è forse finito ma illimitato. Voi potete girare con un
movimento a spirale all'infinito. In questo senso, certamente tutti i libri
concepibili sono compresi da ed entro un buon dizionario e un buon manuale di
grammatica. Se siete capaci di usare il Webster, potete scrivere sia il
Paradiso Perduto e l'Ulisse.
Certamente, se concepito in questo modo, un'ipertesto può trasformare ogni
lettore in autore. Date lo stesso sistema ipertestuale a Shakespeare ed ad uno
scolaro: avranno le stesse probabilità di scrivere Giulietta e Romeo.
Comunque un testo non è un sistema linguistico o enciclopedico. Un dato
testo riduce le infinite o indefinite possibilità di un sistema di realizzare
un universo chiuso. Finnegans Wake è certamente aperto a molte
interpretazioni, ma sicuramente non vi fornirà la dimostrazione del teorema di
Fermat o la bibliografia completa di Woody Allen. Questo può sembrare banale,
ma l'errore fondamentale dei decostruttivisti irresponsabili è stato di credere
che voi possiate fare qualunque cosa con un testo. Ciò è assolutamente falso.
Un ipertesto "testuale" è finito e limitato, anche se aperto ad
innumerabili e separate indagini.
Gli ipertesti funzionano molto bene con sistemi ma non funzionano affatto con
testi. I sistemi sono limitati ma infiniti. I testi sono limitati e finiti,
anche se permettono un alto numero di possibili interpretazioni (ma essi non
giustificano tutte le possibili interpretazioni).
C'è comunque una terza possibilità. Possiamo concepire un ipertesto come
illimitato ed infinito. Ogni "utente" può aggiungere qualcosa in modo
che voi possiate effettuare una sorta di vivace storia senza fine. A questo
punto il classico concetto d'autore certamente scompare. Abbiamo un nuovo metodo
per utilizzare la libera creatività. Essendo l'autore di Opera Aperta
non posso che salutare una simile possibilità. Comunque, c'è una differenza
tra l'adempiere all'attività di produrre testi e l'esistenza di testi già
prodotti. Avremo una nuova cultura in cui ci sarà una differenza tra il
produrre infiniti testi, l'interpretare precisi e finiti testi. Questo è ciò
che succede nella nostra cultura corrente in cui valutiamo differentemente
un'esecuzione registrata della Quinta Sinfonia di Beethoven e un nuovo
esempio di New Orleans Jam Session.
Marciamo verso una società più aperta in cui la libera creatività coesisterà
con l'interpretazione testuale. Questo mi piace. Ma non dobbiamo dire di aver
sostituito una cosa vecchia con un'altra. Abbiamo entrambe, grazie a Dio. Lo
zapping televisivo è un genere d'attività che non ha niente a che fare
col guardare un film. Uno strumento ipertestuale che ci permetta di inventare
nuovi testi, non ha niente a che fare con la nostra abilità di interpretare
testi preesistenti.
C'è un altro equivoco riguardo due questioni differenti:
(a) I computer renderanno obsoleti i libri?
(b) I computer renderanno obsoleti i materiali scritti?
Supponiamo che i computer faranno scomparire i libri. Questo non
significherebbe la scomparsa del materiale scritto.
Il computer crea nuovi modi di produzione e di diffusione di documenti
scritti. Per rileggere un testo, e per correggerlo bene, se non si tratta solo
di una breve lettera, bisogna stamparlo, rileggerlo, quindi correggerlo al
computer e stamparlo ancora. Non penso che una persona sia capace di scrivere un
testo di centinaia di pagine e di correggerle senza stamparle almeno una volta.
Abbiamo visto che - se per caso qualcuno avesse sperato che i computer, e
specialmente gli elaboratori di testo, avrebbero contribuito a salvare gli
alberi - che si trattava di una vana speranza. I computer incoraggiano la
produzione di materiale scritto. Possiamo immaginare ad una civiltà in cui non
ci sono libri e la gente va in giro con tonnellate e tonnellate di fogli non
rilegati. Questo sarebbe molto difficile e porrebbe un nuovo problema per le
biblioteche.
Le persone desiderano comunicare tra loro. Nelle antiche comunità lo
facevano oralmente; in una società più complessa essi cercarono di farlo con
la scrittura. La maggior parte dei libri esposti in una libreria dovrebbero
essere definiti come i prodotti della "Editrice Vanità", anche se
sono pubblicati da una casa editrice universitaria. Ma con l'informatica stiamo
entrando in una nuova Era di Samisdaz. La gente può comunicare
direttamente senza la mediazione delle case editrici. Molta gente non vuole
essere pubblicata, semplicemente vuole comunicare tra essa. Oggi lo fanno
attraverso l'e-mail od Internet, cosa che sarà di grande vantaggio per i libri,
la civiltà letteraria e il relativo mercato. Facciamo il caso dei negozi di
libri. Ci sono troppi libri. Io ricevo troppi libri la settimana. Se la rete
telematica riuscirà a ridurre la quantità dei libri pubblicati, sarà un
miglioramento culturale d'importanza capitale.
Una delle obiezioni più comuni contro la pseudo-cultura informatica è che i
giovani si stanno sempre più abituando a parlare attraverso brevi formule
criptiche: dir, help, error 67, e così via. Una delle formule di
chiusura usate nelle reti è cul8r (suono simile a see you later, ci vediamo
dopo, ndt). Si tratta ancora di cultura letteraria?
Sono un collezionista di libri rari, e mi delizio a leggere i titoli del XVII
secolo che occupano un'intera pagina e a volte anche di più. Assomigliano ai
titoli dei film di Lina Wertmuller. Le introduzioni erano lunghe diverse pagine.
Cominciavano con elaborate formule di cortesia in lode dell'ideale destinatario,
solitamente un imperatore od un Papa e continuavano per pagine e pagine
spiegando in uno stile alquanto barocco gli scopi e le virtù del testo che
seguiva.
Se gli scrittori barocchi leggessero i libri accademici di oggi, ne
rimarrebbero inorriditi. Le introduzioni sono lunghe una pagina, evidenziano
sbrigativamente l'argomento del libro, ringraziano qualche fondazione per il
generoso contributo economico, spiegano brevemente che il libro è stato reso
possibile dall'amore e dalla comprensione della tale moglie o marito e dei
figli, riconoscono il merito di una segretaria per aver pazientemente battuto il
manoscritto. Comprendiamo perfettamente l'insieme dei travagli umani ed
accademici rivelati da queste poche frasi, le centinaia di notti passate a
sottolineare fotocopie, gli innumerevoli hamburger mangiati in una frettolosa...
Scommetto che nel prossimo futuro ci saranno solo tre righe: "W/c, Smith,
Rockfeller", (ovvero: ringrazio mia moglie ed i bambini; questo libro è
stato pazientemente revisionato da professor Smith, e reso possibile dalla
Fondazione Rockfeller."
Ciò sarebbe eloquente come un'introduzione barocca. E' un problema di
retorica e di conoscenza di una data retorica. Penso che negli anni futuri i
messaggi d'amore appassionati saranno mandati nella forma di una breve
introduzione in linguaggio Basic, sotto la forma "If...then", in modo
da ottenere, come input, messaggi tipo: "Io ti amo, perciò non posso
vivere con te", (stupendo verso di Emily Dickinson).
Inoltre, il miglior manierismo di letteratura inglese sarebbe scritto - per
quanto possa ricordare - in qualche linguaggio di programmazione tipo: "2B
OR/NOT 2B" (essere o non essere).
Esiste una curiosa idea secondo cui più conosci del linguaggio verbale, più
sei profondo e perspicace. Mallarmé diceva che è sufficiente dire :"Une
fleur" per evocare un universo di profumi, forme e pensieri. Spesso in
poesia, meno sono le parole, più sono le cose. Tre righe di Pascal dicono di più
rispetto a 300 pagine di un lungo e noioso trattato sulla morale e la
metafisica. La ricerca per una nuova e viva cultura letteraria non dovrebbe
essere la ricerca di una quantità preinformatica. I nemici della cultura
letteraria si nascondo ovunque.
Sino adesso ho cercato di mostrare che l'arrivo di nuovi strumenti
tecnologici non necessariamente rendono obsoleti quelli precedenti. L'automobile
va più veloce della bicicletta, ma le automobili non hanno reso obsolete le
biciclette e nessun nuovo sviluppo tecnologico può migliorare la bicicletta.
L'idea che una nuova tecnologia cancelli un precedente ruolo è troppo
semplicistica. Dopo l'invenzione di Daguerre, i pittori non si sentirono più
obbligati a servire da artigiani per riprodurre la realtà così come noi
crediamo che sia. Ma questo non significa che l'invenzione di Daguerre
incoraggiasse la pittura astratta. C'è tutta una tradizione nella pittura
moderna che non potrebbe esistere senza il modello fotografico, pensate per
esempio all'iperrealismo. La realtà è vista dall'occhio del pittore attraverso
l'occhio fotografico.
Certamente l'avvento del cinema o dei fumetti hanno liberato la letteratura
da certi compiti che essa tradizionalmente aveva da ricoprire. Ma se esiste
qualcosa come la letteratura postmoderna, esiste proprio perché è stata
largamente influenzata dai fumetti e dal cinema. Per la stessa ragione, oggi io
non ho più bisogno di un pesante ritratto dipinto da un modesto artista e posso
spedire alla mia amata una foto patinata, ma un simile cambiamento nelle
funzioni sociali della pittura non ha reso obsoleta la pittura, con l'eccezione
che oggi i ritratti dipinti non ricoprono la stesa funzione pratica di ritrarre
una persona (cosa che può essere fatta meglio e meno dispendiosamente da una
fotografia), ma per celebrare importanti personalità, cosicché l'ordine,
l'acquisto e la esibizione di simili ritratti conferiscono un carattere
aristocratico.
Questo significa che nella storia della cultura non è mai successo che
qualcosa abbia semplicemente ucciso qualcos'altro. Qualcosa ha profondamente
cambiato qualcos'altro.
Ho citato Mc Luhan, secondo cui la Galassia Visuale aveva sostituito
la Galassia Gutemberg. Noi abbiamo visto che pochi decenni dopo ciò
non era più vero. Mc Luhan affermava che che stiamo vivendo in un nuovo villaggio
globale. Viviamo certamente in una nuova comunità elettronica, che è
abbastanza globale, ma questo non è un villaggio - se per villaggio intendiamo
un insediamento umano in cui le persone interagiscono direttamente tra loro.
I veri problemi di una comunità elettronica sono i seguenti:
(1) Solitudine. Il nuovo cittadino di questa nuova comunità è libero di
inventare nuovi testi, di cancellare la tradizionale nozione di autorità, di
cancellare le tradizionali divisioni tra autore e lettore, ma il rischio è che
- essendo in contatto con l'intero mondo tramite una rete galattica - uno si
senta solo...
(2) Eccesso di informazione ed incapacità di scegliere e di distinguere. Sono
solito dire che certamente l'edizione domenicale del New York Times è
il genere di giornale in cui si può trovare qualunque cosa di stampabile. Le
sue 500 pagine ti dicono tutto ciò che hai bisogno sui fatti della settimana
passata e ti danno un'idea riguardo a quella futura. Comunque, una sola
settimana non è abbastanza per leggere l'intero Sunday NYT. C'è
differenza tra un giornale che dice tutto ciò che non puoi leggere, e uno che
non dice nulla, c'è differenza tra il NYT e la Pravda?
Non tollerando questo fatto, il lettore del NYT può ancora
distinguere tra la recensione dei libri, le pagine dedicate ai programmi tv, il
supplemento sulla Borsa, e così via. L'utente di Internet non ha la stessa
abilità. Oggi siamo incapaci di discriminare, almeno al primo sguardo, tra una
fonte informativa sicura ed una incontrollata. Abbiamo bisogno di una nuova
forma di competenza critica, un'ancora sconosciuta arte della selezione e della
riduzione delle informazioni, in breve, una nuova saggezza. Abbiamo bisogno di
un nuovo tipo di esercizio educativo.
Lasciatemi dire che in questa prospettiva i libri avranno ancora una funzione
importantissima. Così come voi avete bisogno di un manuale scritto per navigare
in Internet, allo stesso modo ci servono nuovi manuali scritti in modo da far
fronte al World Wide Web in modo critico.
Lasciatemi concludere con una lode del finito e limitato mondo che i libri ci
forniscono. Supponiamo che voi stiate leggendo Guerra e Pace di Tolstoj:
siete lì a desiderare disperatamente che Natasha non ceda alla corte di quel
miserabile farabutto di Anatolij; desiderate disperatamente che la meravigliosa
persona del principe Andrej non muoia, e che lui e Natasha possano vivere
insieme felice per sempre. Se possedete Guerra e Pace in un Cd-rom
ipertestuale ed interattivo, potete riscrivere voi stessi la storia, secondo i
vostri desideri, potete inventare innumerevoli Guerra e Pace, in cui
Pierre Besuchov riesca ad uccidere Napoleone o magari, se preferite, Napoleone
sconfigga definitivamente il generale Kutusov.
Questo, ahimé, non si può fare con un libro. Voi siete obbligati ad
accettare le leggi del fato, e a rendervi conto di non poter cambiare il
destino. Un romanzo interattivo ipertestuale ci permette di praticare la libertà
e la creatività. Spero che una simile attività inventiva sarà esercitata
nelle scuole del futuro. Ma la Guerra e Pace originale non ci fa
confrontare con le illimitate possibilità della libertà, ma con le severe
leggi della necessità. Per essere libero le persone hanno anche bisogno di
apprendere sulla vita e sulla morte, e solo i libri possono ancora fornirci una
simile saggezza.
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